Taranto: città più inquinata dell'Europa occidentale

 

 

In questi giorni la cronaca della politica nazionale è stata occupata dalle polemiche tra Ue ed Italia sulla riduzione delle emissioni inquinanti e relativi costi.

Non voglio entrare nel merito, sopratutto perché ci sarebbe bisogno di dati che al momento non ho, ma lo prendo come spunto per parlare di una realtà industriale a noi vicina: l'Ilva di Taranto, il centro siderurgico più grande d'Europa, un tempo statale e ora di proprietà della famiglia Riva.

Due settimane fa è stata battuta dalle agenzie una notizia trasurata dai media nazionali, ma che potrebbe avere conseguenze enormi: la sezione leccese del TAR ha accolto il ricorso di un comitato di cittadini ed intimato al comune di Taranto di indire un referendum sulla chiusura totale o parziale dell'Ilva salvaguardando i livelli occupazionali da impiegare in settori alternativi.

Onestamente non credo che il referendum passi, sono quasi 20 anni che in Italia nessun quesito referendario raggiunge il quorum e sebbene l'Ilva sia al momento un cancro sanitario da lavoro a migliaia di persone e sul ricatto occupazionale il gruppo Riva sta costruendo una fortuna e non solo a Taranto.

Negli stessi giorni in cui il Tar dava il via libera al referendum, Emilio, Claudio e Arturo Fabio Riva venivano condannati a Genova per le emissioni nocive rilasciate dalle acciaierie Ilva nel ponente genovese.

Torniamo però in Puglia, i rilevamenti sulle emissioni inquinanti sono agghiaccianti.

Taranto è la città europea con il più alto tasso d'inquinamento di origine industriale (il 93% del totale) e qui si produce il 92% della diossina italiana e 8,8% di quella europea.

Ci sono casi di tumori ai polmoni in bambini di 13 anni e latte materno alla diossina.
Il comune ha sollecitato un intervento della regione che con legge regionale può imporre il rispetto dei limiti europei sulle emissioni inquinanti (molto più severi di quelli della vecchia legge italiana), come è successo, anche per le pressioni delle confinanti Austria e Slovenia, in Friuli.

Vendola sembra orientato ad usare il pugno di ferro per il mancato rispetto degli accordi presi ad inizio mandato con la proprietà Ilva e anche per il colpo di mano con cui il ministro Prestigiacomo ha rimosso i tecnici anti-diossina che avrebbero dovuto concedere l'autorizzazione integrata ambientale (AIA).

Durante un recente convegno promosso dall'università di Bari è stato presentata uno studio sulla tecnologia della Siemens di nuova implementazione rapportandola proprio sul caso Taranto.

La matassa è ingarbugliata, le parti in gioco tante e gli interessi notevoli, però valutare la bontà di tecnologie che riducano le emissioni inquinanti rapportandole esclusivamente ai costi aziendali e possibili ripercussioni immediate sull'occupazione è il modo sbagliato di affrontare il problema.

Uno studio dell'università di Berkeley (California) ha messo in luce come le rigide leggi in materia energetica abbiano garantito ai cittadini californiani la stabilizzazione della bolletta energetica negli ultimi trent'anni, a fronte di aumenti intorno al 50% negli altri stati americani, e questo si è riflesso in maggiori risorse a disposizione delle famiglie per i consumi personali e con un saldo occupazionale positivo calcolato intorno a 1,5 milioni di posti.
Ora pensate ai danni su ambiente e salute causati dall'Ilva e ai costi sostenuti da pubblico e privato per arginarli: spese sanitarie, bonifiche al territorio, danni ad agricoltura e bestiame e minore attrattiva turistica. Al momento i costi per omologarsi ai livelli degli altri paesi europei, perché l'Ilva in Europa non è fuorilegge solo a Taranto e bisogna ricordarlo, sembrano insostenibili, ma sul lungo periodo i benefici anche in termini economici non credo siano negabili senza dimenticare che non si dovrebbe parlare solo di costi e ricavi, ma soprattutto di salute dei cittadini.

 


 

 

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